Quando dici delle cattiverie su qualcuno, quando lo disprezzi o lo diffami sporcando la sua reputazione, quando mentendo su di lui ne calpesti l'onorabilità, quando lo umili considerandolo senza dignità, lo fai soffrire nell'animo e lo fai piangere domandati cosa pensa di te in quel momento il Signore e cerca di capire che Egli vede chiaro dove nessuno può vedere, che conosce ciò che a tutti è sconosciuto e che alla fine della tua vita ti giudicherà con la misura dell'amore che hai avuto per gli altri, anche per quella persona che tutti scartavano, quanto hai perdonato a chi ti ha fatto del male, quanto hai aiutato il debole o il bisognoso, se ti sei interessato della sua vita e del suo destino, se hai saputo metterti nei panni di un'altra persona in quel momento ferita o oltraggiata, condividendone i sentimenti amari, sappi che Gesù si è messo al nostro posto in tutte queste situazioni negative e dolorose ed è forse l'unico capace di compatirci e di accoglierci, l'unico davvero coinvolto con ciascuno di noi, con me e con te. La verità è che Gesù lo devi sentire nel cuore perché possa cambiarti, è reale e non è una favola per idealisti o sognatori utopici.
Della memoria e della reminiscenza
sancta Dei Génetrix;
nostras deprecatiónes ne despícias in necessitátibus;
sed a perículis cunctis líbera nos semper,
Virgo gloriósa et benedícta.
lunedì 6 aprile 2026
domenica 5 aprile 2026
O santo Crocifisso sii per me dolce e sicuro conforto nel cammino verso la Pasqua eterna del Cielo
Dal Vangelo di Giovanni 10, 7-18
7 Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. 8 Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9 Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10 Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. 11 Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. 12 Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; 13 egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14 Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15 come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. 16 E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. 17 Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18 Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio».
COMMENTO
Gesù è il Signore, nessuno può togliergli la vita ma la offre Lui sulla Croce in un sacrificio volontario, soltanto Gesù ha il potere di donarla e il potere di tornare a vivere risorgendo dai morti, è il Suo potere, non è il potere di un uomo, può trattarsi solamente del potere di Dio, il potere del Suo amore che trae dalla morte un corpo esanime per la risurrezione, un corpo spirituale nella gloria celeste, il corpo del Risorto. Gesù offre la vita per ciascuno di noi, è il Suo sconfinato amore per le anime che gli fa compiere l'atto di carità più alto e nobile, dare la vita per qualcuno che si ama e Gesù ha dato la vita anche per me e l'ha data per tutti indistintamente, quanto è preziosa anche una sola anima per Dio Carità! L'obbedienza al Padre collima con la volontà del Figlio, Dio è amore eterno nella Trinità, Dio per Sua natura è inscindibile, Dio è vita immortale, le anime redente partecipano di questo amore vicendevole, che è la vita eterna che Egli ci ha promesso se avessimo scelto di amare. Nella risurrezione di Gesù buon pastore c'è la risurrezione delle Sue pecore, non è un'ovile limitato nello spazio e nel tempo ma universale e senza steccati, sono le pecore che conoscono la Sua voce, che lo amano con tutto il cuore, Gesù è la porta e i redenti l'attraversano per entrare nella vita senza fine dove l'anima riceve ciò per cui è stata creata, la visione beatifica di Dio o anche detta comunione dei beati o Paradiso. La metafora delle pecore, dell'ovile e del buon pastore richiama un Salmo di Davide molto noto, il Salmo 23 che la santa umanità di Cristo senz'altro conosceva a memoria fin dalla Sua fanciullezza anche recitato con Maria, Sua Madre in casa o in sinagoga o al Tempio. L'apostolo Giovanni in un'altra parte della Scrittura dice che chi ama è passato dalla morte alla vita e che chi non ama rimane nella morte.
venerdì 3 aprile 2026
I testi che trattano del demonio nel primo millennio cristiano cosa dicono? qui di seguito una sintesi analitica
Nel primo millennio cristiano la riflessione sul demonio si sviluppa all’interno della teologia e soprattutto dell’esperienza spirituale concreta. I Padri della Chiesa non considerano il demonio come un principio opposto a Dio, ma come una creatura decaduta, reale e pericolosa, tuttavia radicalmente subordinata al Creatore. Alla base di tutta la loro visione vi è la convinzione che il male non sia originario.
Origene afferma con forza che la condizione demoniaca nasce da una caduta libera: “Alcuni esseri razionali, creati buoni da Dio, si allontanarono volontariamente dal bene e, raffreddandosi nell’amore divino, divennero ciò che ora chiamiamo demoni” (De principiis, I, 5, 3). E ancora: “Il diavolo non è tale per natura, ma per scelta” (De principiis, I, 8, 1). Questa prospettiva viene ripresa e approfondita da Agostino d'Ippona, che nel De civitate Dei scrive: “I demoni sono spiriti immondi, divenuti tali per superbia; non sono creati malvagi, ma lo sono diventati” (De civitate Dei, XI, 9). Tuttavia, aggiunge un elemento decisivo: “Quanto possono, lo possono solo per permissione di Dio” (De civitate Dei, IX, 23). In questo modo viene esclusa ogni forma di dualismo: il demonio è reale, ma non è mai alla pari con Dio.
L’azione dei demoni si manifesta soprattutto come tentazione e inganno. Evagrio Pontico descrive con grande precisione questo processo interiore: “Il demonio non conosce il cuore dell’uomo, ma osserva i suoi movimenti e, da ciò che vede, suggerisce pensieri” (Praktikos, 6). E precisa: “Non costringe, ma persuade; non domina, ma insinua” (Praktikos, 12). La lotta si svolge quindi nella mente, attraverso i pensieri. “I demoni combattono con pensieri continui, come onde che non cessano mai” (Praktikos, 48), scrive ancora Evagrio, e aggiunge: “Quando preghi, essi ti suggeriscono immagini, ricordi e desideri, affinché la mente non resti in Dio nemmeno per un istante” (De oratione, 63).
Questa analisi viene sviluppata da Giovanni Cassiano, che descrive una vera dinamica del male: “Otto sono i principali spiriti maligni: gola, fornicazione, avarizia, ira, tristezza, accidia, vanagloria e superbia” (De institutis coenobiorum, V, 1). Il loro metodo è graduale: “Prima insinuano un pensiero semplice; poi lo rendono piacevole; infine spingono al consenso” (Collationes, V, 13). Ma il momento più drammatico arriva dopo il peccato: “Dopo aver persuaso, accusano; e dopo aver accusato, spingono alla disperazione, suggerendo che non vi è più perdono” (Collationes, II, 5).
Accanto a questa dimensione interiore, i testi del deserto offrono descrizioni fortissime e impressionanti. Nella Vita di Antonio Abate, scritta da Atanasio di Alessandria, si legge: “Di notte, i demoni riempivano la sua dimora di clamori: si udivano come eserciti in marcia, armi che cozzavano, cavalli che nitrivano; le pareti sembravano scosse e tutta la casa tremava” (Vita Antonii, 9). In un altro passo: “Si mostrarono sotto forma di belve feroci: leoni, serpenti, tori infuriati; alcuni lo assalivano, altri digrignavano i denti contro di lui” (Vita Antonii, 9). E ancora: “Lo percossero con tanta violenza che giaceva a terra senza voce, come morto” (Vita Antonii, 8).
Queste manifestazioni non erano soltanto terrificanti, ma anche profondamente ingannevoli. Gli stessi demoni potevano mutare aspetto: “Talvolta si trasformavano in donne e cantavano per sedurlo” (Vita Antonii, 5), oppure “apparivano come monaci e parlavano delle Scritture per ingannare” (Vita Antonii, 25). Qui emerge uno degli aspetti più inquietanti della tradizione patristica: il male può presentarsi sotto forma di bene.
Anche i detti dei Padri del deserto riportano esperienze simili: “Un fratello vide demoni come Etiopi neri che lo circondavano ridendo, e il suo cuore venne meno per la paura” (Apophthegmata Patrum, Antonio, 5). Un altro racconto dice: “Il demonio gli apparve come un gigante che toccava il cielo; ma al segno della croce svanì come fumo” (Apophthegmata Patrum, Antonio, 7). Queste immagini mostrano insieme la forza dell’impressione e la fragilità reale di tali apparizioni.
Agostino d'Ippona mette in luce anche l’aspetto morale e religioso dell’azione demoniaca: “Essi desiderano essere temuti e adorati; si nutrono dell’errore degli uomini” (De civitate Dei, VIII, 19). E ancora: “Si presentano talvolta come benefattori, per essere venerati come dei” (De civitate Dei, IX, 20). In questo senso il demonio non si oppone sempre frontalmente a Dio, ma può insinuarsi nella religiosità stessa, deformandola.
Particolarmente sottile è la tentazione della superbia spirituale. Evagrio Pontico afferma: “Il demonio della vanagloria è il più sottile, perché suggerisce all’uomo che è santo” (Praktikos, 13). E aggiunge: “Meglio cadere in un peccato che credersi giusti” (tema sviluppato in Praktikos, 14-15). Questa affermazione paradossale mostra quanto sia pericolosa l’illusione spirituale.
Nonostante la forza di queste descrizioni, tutti i Padri insistono sul fatto che il potere dei demoni è limitato. Agostino d'Ippona usa un’immagine molto efficace: “Il diavolo è come un cane legato: può mordere solo chi gli si avvicina” (In Ioannis Evangelium Tractatus, 7, 7). E ribadisce: “Non vincerebbe nessuno, se non trovasse complicità” (De civitate Dei, XII, 6). Anche Origene insiste sulla libertà dell’uomo: “Ogni anima conserva la libertà” (De principiis, III, 1, 21).
Antonio Abate, forte della sua esperienza, afferma: “Se avessero potere, basterebbe uno solo; ma poiché non possono, si mostrano in molti per spaventare” (Vita Antonii, 13). E aggiunge: “Quando li disprezzi, diventano deboli” (Vita Antonii, 30). Il loro potere è quindi legato alla paura.
Il centro della riflessione resta però Cristo. Nella stessa Vita si legge: “Il segno della croce e il nome di Cristo fanno fuggire i demoni” (Vita Antonii, 13). Agostino d'Ippona interpreta questa vittoria in modo teologico: “Il Signore ha vinto il diavolo non con la forza, ma con la giustizia” (De civitate Dei, XIII, 14). E ancora: “La passione di Cristo è il laccio con cui il diavolo è stato preso” (Sermo 263).
Infine, i Padri offrono criteri di discernimento. Antonio insegna: “Non credere a ogni spirito” (cf. Vita Antonii, 35). E propone una regola fondamentale: “Ciò che porta pace, umiltà e carità viene da Dio; ciò che genera turbamento e orgoglio viene dal nemico”. La vita spirituale è descritta come una vigilanza continua, simile a quella di un portinaio che controlla chi entra nella città. Giovanni Cassiano usa proprio questa immagine: “Come un portinaio alla porta della città, così il monaco deve vigilare sui pensieri” (Collationes, I, 20).
Nel complesso, la demonologia del primo millennio appare insieme drammatica e profondamente equilibrata. Il demonio è descritto come presenza reale, capace di incutere terrore, di assumere forme mostruose o seducenti, di agire nel corpo, nella mente e nello spirito. Tuttavia, il suo potere è limitato, subordinato e incapace di annullare la libertà umana. La sua forza risiede nell’inganno e nella paura, mentre la sua sconfitta è già compiuta in Cristo e si rinnova ogni volta che l’uomo sceglie il bene nella fede, nell’umiltà e nella perseveranza. La sua forza è reale ma limitata, mentre la vittoria appartiene a Cristo e a chi rimane unito a Lui.