DISCORSO XVII.
Per la Domenica fra l’Ottava dell’Assunta. - Del male dell’impurità.
«Venerunt super eam maculae ejus». (Thren. 1. 9.)
I. L’impurità acceca l’intelletto.
Tutti i vizi oscurano l'intelletto, ma il vizio dell'impurità lo rende più cieco d'ogni altro. «Venerunt super eam maculae ejus», dice Geremia: le macchie di questo vizio oscurano l'anima e le tolgono la vista delle verità eterne. San Tommaso dice che questo vizio toglie la prudenza, onde l'uomo non vede più quello che ha da fare, né quello che ha da fuggire.
L’impuro perde il lume di Dio; e perduto il lume, non vede più la gravità del suo peccato, non vede più il pericolo in cui sta, non vede più la bellezza della virtù, né l'infelicità del suo stato. L’anima, dice San Bonaventura, immersa nel fango della carne, non vede altro che la terra, e non può alzare lo sguardo al cielo. «Incurvantur ad terram», dice il Salmista. L’uomo che si dà a questo vizio diventa quasi una bestia, che non ha ragione, ma segue solo l'istinto del senso.
II. L’impurità ostina la volontà.
Questo peccato non solo acceca, ma porta seco ancora l'ostinazione. «Non dabunt cogitationes suas, ut revertantur ad Deum suum; quia spiritus fornicationis in medio eorum» (Osea 5. 4). Lo spirito della fornicazione, dice il Profeta, non permette al peccatore neppure di pensare a ritornare a Dio. Egli si forma una catena di peccati, e questa catena lo tiene legato in modo che non può più uscirne.
Diceva Sant’Agostino: «Dum servitur libidini, facta est consuetudo; et dum consuetudini non resistitur, facta est necessitas». Il piacere di questo vizio si tira dietro l'abitudine, e l'abitudine si cambia in necessità. Oh, quanti miseri si vedono che, dopo aver preso l'abitudine di questo vizio, non sanno più lasciarlo! Piangono, si confessano, fanno propositi; ma poi, alla prima occasione, tornano a cadere, come se fossero trascinati da una forza invisibile.
III. L’impurità conduce alla rovina eterna.
Tutti i peccati mandano le anime all'inferno, ma questo ne manda più di tutti. Diceva San Remigio che, tolta l'infedeltà, la maggior parte dei cristiani che si dannano, si dannano per il vizio dell'impurità. E perché? Perché questo vizio è quello che più difficilmente si confessa bene, e quello che più difficilmente si lascia.
L’impuro si vergogna di palesare i suoi peccati al confessore, e così aggiunge sacrilegi alle sue colpe. E se anche si confessa, torna presto ai suoi vomiti, perché non vuole fuggire le occasioni. Chi non fugge l'occasione, specialmente in questo vizio, è impossibile che non cada. «Qui amat periculum, in illo peribit».
— Sant'Alfonso Maria de' Liguori (1696-1787), tratto dal "Discorso XVII per la Domenica fra l'Ottava dell'Assunta", noto anche come "Sulla malizia dell'impurità".
È un testo piuttosto lungo [ndr: sopra ne riporto le parti dottrinali più significative e centrali] tipico della predicazione alfonsiana del XVIII secolo.