Nella vita non possiamo
controllare quasi niente, sono troppe le persone che hanno la convinzione di avere potere sul proprio destino, l’esame di realtà ci dice che non è così;
quello che possiamo fare è scegliere se voler bene o voler male, il rimanente
del tempo è una conseguenza di una nostra impostazione morale. La vita è un
contenitore che noi riempiamo con i pensieri, le parole e le azioni in cui non
c’è alcuna cosa che sia neutra, non ci sono sfumature ma soltanto la chiara e
netta distinzione tra il peccato e la grazia. Fuggire il male e fare il bene è
l’unica possibilità aperta alla persona per liberarsi dalla schiavitù del
maligno e diventare libera di amare Dio e il prossimo; sono pochi coloro che
comprendono fino in fondo questo linguaggio, il mondo è una macchina che corrompe
e allontana dalla Verità: l’uomo propone,
Dio dispone… antica e saggia massima morale che invita all’umiltà, alla
preghiera e al fiducioso abbandono nella Provvidenza.
✠ Sub tuum praesídium confúgimus,
sancta Dei Génetrix;
nostras deprecatiónes ne despícias in necessitátibus;
sed a perículis cunctis líbera nos semper,
Virgo gloriósa et benedícta.
sancta Dei Génetrix;
nostras deprecatiónes ne despícias in necessitátibus;
sed a perículis cunctis líbera nos semper,
Virgo gloriósa et benedícta.
lunedì 18 maggio 2015
mercoledì 13 maggio 2015
Vergine potente contro il male, prega per noi
†Preghiera alla Madonna di Fatima
Nostra Signora di Fatima che hai prediletto tre semplici fanciulli,
Giacinta, il suo fratellino Francesco e Lucia per far conoscere alle genti la
Verità sul destino delle anime oltre la vita di quaggiù, aiutaci a rinunciare
al male il cui istigatore è il diavolo e a dire sì per sempre all’Amore e alla
Misericordia del tuo figliuolo Gesù che desidera tanto fortemente la nostra
eterna salvezza, aiutaci ad avanzare nel cammino di conversione al Signore
senza smarrire la buona volontà e la fiducia, aiutaci ad invocarti come nostra
vera Madre benignissima e soccorritrice confidando nel tuo prezioso ausilio e
nella tua materna protezione quando siamo in pericolo e contro i nemici
dell’anima e del corpo, augusta Regina degli Angeli e condottiera delle schiere della Luce; oh Cuore Immacolato di Maria a te ci affidiamo pregando
assiduamente il Santo Rosario, e con affetto filiale ti domandiamo: liberaci,
guariscici e confortaci nelle situazioni di prova e di sofferenza, conserva in
noi sempre vive e accese le virtù di fede, di speranza ma soprattutto di
carità, cambia i nostri cuori e rendili buoni e puri com’è il tuo che amandoci
come figli e figlie di un amore immenso, non si arrende di fronte a nessuna
chiusura e ingratitudine; oh Madonna ti supplichiamo affinché le nostre
sofferenze non siano vane, ma giovino alla salute dell’anima e per la
conversione dei peccatori, inoltre fa che accettiamo con coraggio e abnegazione
il dolore e le lacrime dalla permissione dell’Altissimo per riparare ai nostri
molti e gravi peccati con cui vi abbiamo offesi, ingiuriati e amareggiati, oh
Gesù e Maria. Quando verrà la nostra ultima ora sii presente accanto a ciascuno
di noi oh Vergine Immacolata, per difenderci dal maligno nemico, schiacciando
il suo capo altero e rimandandolo nella sua sede tenebrosa, così che non si
ripresenti mai più… per poi abbracciarci teneramente e prenderci con te, oh
nostra buona Madre e accompagnarci nella Luce perpetua del Paradiso. Così sia.
“ Si recitino tre Ave Maria alla Madonna ”.
“ Si recitino tre Ave Maria alla Madonna ”.
venerdì 3 aprile 2015
Gesù si è sacrificato per amore della mia anima
LA PASSIONE E LA MORTE DEL SIGNORE DESCRITTE DA UN ILLUSTRE
MEDICO FRANCESE DEL SECOLO SCORSO
Alcuni
anni fa in seguito alle ricerche del dottor Barbet, si poteva ormai essere
certi che la morte di Gesù in croce era avvenuta per contrazione tetanica di
tutti i muscoli e per asfissia.
In seguito
a quella osservazione il medico in questione stese per iscritto una allucinante
ricostruzione, dal punto di vista scientifico, della passione di Gesù. Premise
un’avvertenza: « Io sono soprattutto un chirurgo; ho insegnato a lungo. Per 13
anni sono vissuto in compagnia di cadaveri; durante la mia carriera ho studiato
a fondo l’anatomia. Posso dunque scrivere senza presunzione ».
« Gesù
entrato in agonia nell’orto del Getsemani – scrive l’evangelista Luca – pregava
più intensamente. E diede in un sudore come di gocce di sangue che cadevano
fino a terra ». Il solo evangelista che riporta il fatto è un medico, Luca. E
lo fa con la precisione di un clinico. Il sudar sangue, o ematoidrosi, è un
fenomeno rarissimo. Si produce in condizioni eccezionali: a provocarlo ci vuole
una spossatezza fisica, accompagnata da una scossa morale violenta, causata da
una profonda emozione, da una grande paura. Il terrore, lo spavento, l’angoscia
terribile di sentirsi carico di tutti i peccati degli uomini devono aver schiacciato
Gesù. Questa tensione estrema produce la rottura delle finissime vene capillari
che stanno sotto le ghiandole sudoripare... Il sangue si mescola al sudore e si
raccoglie sulla pelle; poi cola per tutto il corpo fino a terra. Conosciamo la
farsa di processo imbastito dal Sinedrio ebraico, l’invio di Gesù a Pilato e il
ballottaggio della vittima fra il procuratore romano ed Erode. Pilato cede e
ordina la flagellazione di Gesù. I soldati spogliano Gesù e lo legano per i
polsi a una colonna dell’atrio. La flagellazione si effettua con delle strisce
di cuoio multiplo su cui sono fissate due palle di piombo o degli ossicini. Le
tracce sulla Sindone di Torino sono innumerevoli; la maggior parte delle
sferzate è sulle spalle, sulla schiena, sulla regione lombare e anche sul
petto. I carnefici devono essere stati due, uno da ciascun lato, di ineguale
corporatura. Colpiscono a staffilate la pelle, già alterata da milioni di
microscopiche emorragie del sudore di sangue. La pelle si lacera e si spacca;
il sangue zampilla. A ogni colpo il corpo di Gesù trasale in un soprassalto di
dolore. Le forze gli vengono meno: un sudore freddo gli imperla la fronte, la
testa gli gira in una vertigine di nausea, brividi gli corrono lungo la
schiena. Se non fosse legato molto in alto per i polsi, crollerebbe in una
pozza di sangue. Poi lo scherno dell’incoronazione. Con lunghe spine, più dure
di quelle dell’acacia, gli aguzzini intrecciano una specie di casco e glielo
applicano sul capo. Le spine penetrano nel cuoio capelluto e lo fanno sanguinare
(i chirurghi sanno quanto sanguina il cuoio capelluto). Dalla Sindone si rileva
che un forte colpo di bastone dato obliquamente, lasciò sulla guancia destra di
Gesù una orribile piaga contusa; il naso è deformato da una frattura dell’ala
cartilaginea. Pilato, dopo aver mostrato quello straccio d’uomo alla folla
inferocita, glielo consegna per la crocifissione. Caricano sulle spalle di Gesù
il grosso braccio orizzontale della croce; pesa una cinquantina di chili. Il
palo verticale è già piantato sul Calvario. Gesù cammina a piedi scalzi per le
strade dal fondo irregolare cosparso di ciottoli. I soldati lo tirano con le
corde. Il percorso, fortunatamente, non è molto lungo, circa 600 metri. Gesù a
fatica mette un piede dopo l’altro; spesso cade sulle ginocchia. E sempre
quella trave sulla spalla. Ma la spalla di Gesù è coperta di piaghe. Quando
cade a terra la trave gli sfugge e gli scortica il dorso. Sul Calvario ha
inizio la crocifissione. I carnefici spogliano il condannato; ma la sua tunica
è incollata alle piaghe e il toglierla è semplicemente atroce. Non avete mai
staccato la garza di medicazione da una larga piaga contusa? Non avete sofferto
voi stessi questa prova che richiede talvolta l’anestesia generale? Potete
allora rendervi conto di che si tratta. Ogni filo di stoffa aderisce al tessuto
della carne viva; a levare la tunica, si lacerano le terminazioni nervose messe
allo scoperto nelle piaghe. I carnefici danno uno strappo violento. Come mai
quel dolore atroce non provoca una sincope? Il sangue riprende a scorrere; Gesù
viene steso sul dorso. Le sue piaghe s’incrostano di polvere e di ghiaietta. Lo
distendono sul braccio orizzontale della croce. Gli aguzzini prendono le
misure. Un giro di succhiello nel legno per facilitare la penetrazione dei
chiodi e l’orribile supplizio ha inizio. Il carnefice prende un chiodo (un
lungo chiodo appuntito e quadrato), lo appoggia sul polso di Gesù; con un colpo
netto di martello glielo pianta e lo ribatte saldamente sul legno. Gesù deve
avere spaventosamente contratto il viso. Nello stesso istante il suo pollice,
con un movimento violento, si è messo in opposizione nel palmo della mano: il
nervo mediano è stato leso. Si può immaginare ciò che Gesù deve aver provato:
un dolore lancinante, acutissimo che si è diffuso nelle sue dita, è zampillato,
come una lingua di fuoco, nella spalla, gli ha folgorato il cervello il dolore
più insopportabile che un uomo possa provare, quello dato dalla ferita dei
grossi tronchi nervosi. Di solito provoca una sincope e fa perdere la
conoscenza. In Gesù no. Almeno il nervo fosse stato tagliato netto! Invece (lo
si constata spesso sperimentalmente) il nervo è stato distrutto solo in parte:
la lesione del tronco nervoso rimane in contatto col chiodo: quando il corpo di
Gesù sarà sospeso sulla croce, il nervo si tenderà fortemente come una corda di
violino tesa sul ponticello. A ogni scossa, a ogni movimento, vibrerà risvegliando
il dolore straziante. Un supplizio che durerà tre ore. Anche per l’altro
braccio si ripetono gli stessi gesti, gli stessi dolori. Il carnefice e il suo
aiutante impugnano le estremità della trave; sollevano Gesù mettendolo prima
seduto e poi in piedi; quindi facendolo camminare all’indietro, lo addossano al
palo verticale. Poi rapidamente incastrano il braccio orizzontale della croce
sul palo verticale. Le spalle di Gesù hanno strisciato dolorosamente sul legno
ruvido. Le punte taglienti della grande corona di spine hanno lacerato il cranio.
La povera testa di Gesù è inclinata in avanti, poiché lo spessore del casco di
spine le impedisce di riposare sul legno. Ogni volta che Gesù solleva la testa,
riprendono le fitte acutissime. Gli inchiodano i piedi. È mezzogiorno. Gesù ha
sete. Non ha bevuto nulla né mangiato dalla sera precedente. I lineamenti sono
tirati, il volto è una maschera di sangue. La bocca è semiaperta e il labbro
inferiore già comincia a pendere. La gola è secca e gli brucia, ma Gesù non può
deglutire. Ha sete. Un soldato gli tende, sulla punta di una canna, una spugna
imbevuta di una bevanda acidula in uso tra i militari. Ma questo non è che l’inizio
di una tortura atroce. Uno strano fenomeno si produce nel corpo di Gesù. I
muscoli delle braccia si irrigidiscono in una contrazione che va accentuandosi:
i deltoidi, i bicipiti sono tesi e rilevati, le dita si incurvano. Si tratta di
crampi. Alle cosce e alle gambe gli stessi mostruosi rilievi rigidi; le dita
dei piedi si incurvano. Si direbbe un ferito colpito da tetano, in preda a
quelle orribili crisi che non si possono dimenticare. È ciò che i medici
chiamano tetania, quando i crampi si generalizzano: i muscoli dell’addome si
irrigidiscono in onde immobili; poi quelli intercostali, quelli del collo e
quelli respiratori. Il respiro si è fatto a poco a poco più corto. L’aria entra
con un sibilo ma non riesce quasi più a uscire. Gesù respira con l’apice dei
polmoni. La sete di aria: come un asmatico in piena crisi, il suo volto pallido
a poco a poco diventa rosso, poi trascolora nel violetto purpureo e infine nel
cianotico. Gesù, colpito da asfissia, soffoca. I polmoni, gonfi d’aria non
possono più svuotarsi. La fronte è imperlata di sudore, gli occhi sembrano uscire
fuori dalle orbite. Che dolori atroci devono aver martellato il suo cranio! Ma
cosa avviene? Lentamente, con uno sforzo sovrumano, Gesù ha preso un punto di
appoggio sul chiodo dei piedi. Facendosi forza, a piccoli colpi, si tira su,
alleggerendo la trazione delle braccia. I muscoli del torace si distendono. La
respirazione diventa più ampia e profonda, i polmoni si svuotano e il viso
riprende il pallore primitivo. Perché tutto questo sforzo? Perché Gesù vuole
parlare: « Padre, perdona loro: non sanno quello che fanno ». Dopo un istante
il corpo ricomincia ad afflosciarsi e l’asfissia riprende. Sono state
tramandate sette frasi di Gesù dette in croce: ogni volta che vuol parlare,
Gesù dovrà sollevarsi tenendosi ritto sui chiodi dei piedi... Inimmaginabile! Uno
sciame di mosche (grosse mosche verdi e blu come se ne vedono nei mattatoi e
nei carnai), ronza attorno al suo corpo; gli si accaniscono sul viso, ma egli
non può scacciarle. Fortunatamente, dopo un po’, il cielo si oscura, il sole si
nasconde: d’un tratto la temperatura si abbassa. Fra poco saranno le tre del
pomeriggio. Gesù lotta sempre; di quando in quando si risolleva per respirare.
È l’asfissia periodica dell’infelice che viene strozzato e a cui si lascia
riprendere fiato per soffocarlo più volte. Una tortura che dura tre ore. Tutti
i suoi dolori, la sete, i crampi, l’asfissia, le vibrazioni dei nervi mediani,
non gli hanno strappato un lamento. Ma il Padre (ed è l’ultima prova) sembra
averlo abbandonato: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ». Ai piedi
della croce stava la madre di Gesù. Potete immaginare lo strazio di quella
donna? Gesù dà un grido: « Tutto è compiuto! ». E a gran voce dice ancora: « Padre,
nelle tue mani raccomando il mio spirito ». E muore.
martedì 3 marzo 2015
Apologeticum
Apologia del cristianesimo
di Tertulliano
21 dicembre 2012 · recensione
di Gianmarco Bisogno
L’odio nascente, anzi direi
rinascente, nei confronti dei cristiani (soprattutto tra noi giovani d’oggi)
mi ha fatto e tutt’ora mi sta facendo riflettere. È come se oggi essere cristiani
sia antimoderno, contro l’evoluzione della nostra specie, contro la società
contemporanea mentre essere atei o quanto meno antireligiosi sia essere a tutti
gli effetti uomini del XXI secolo capaci di dare risposte a tutti i quesiti
della nostra esistenza, capaci di trasformare un punto interrogativo in un
punto esclamativo. Il cristiano, nel 2012, non è concepibile; forse lo era e lo
poteva essere in età medievale, ma nella società moderna assolutamente no.
Premettendo che non sono affatto cristiano mi sono comunque informato sull’“altra
campana” e voglio proporvi la recensione di un testo che mi ha a dir poco
illuminato sia per la modernità dei contenuti e sia, soprattutto, per la
modernità dei contenuti in relazione ai tempi in cui è stato scritto questo
libro (precisamente 197 d.C.). Il libro in questione è “Apologia del
cristianesimo” (Apologeticum) di Quinto Settimio Fiorente Tertulliano (circa
150 d.C. – 220 d.C.).
Facendo le dovute (e direi
ovvie) differenze tra il 197 d.C. e il 2012 questo testo è quanto mai attuale.
Il perché Tertulliano sente l’esigenza di scrivere un’apologia del
cristianesimo è facile da capire. I cristiani sono perseguitati, sono
torturati, sono uccisi senza regolare processo. Ora se ci togliamo i panni di
ragazzi che vivono nel XXI secolo dove essere cristiano non è di moda e
proviamo ad entrare in un mondo dove la verità è metastorica ci rendiamo conto
della grandezza del messaggio tertullianeo. I cristiani rappresentano se non la
minoranza sicuramente la debolezza. Essi sono i deboli: coloro contro cui
scagliarsi in qualunque circostanza e in qualunque modo.
Le prime pagine di questo
scritto sono un inno contro il pregiudizio, contro il razzismo, contro le
sentenze date senza regolare processo e contro chi viola le libertà
fondamentali dell’uomo; in primis quella di culto. “Lodano ciò che
conoscono, biasimano ciò che ignorano, e ciò che sanno disapprovano a cagione
di ciò che ignorano; come se non fosse più giusto formulare un giudizio
preventivo sulle cose occulte fondandosi su quelle manifeste, che condannare
anticipatamente le manifeste sulla base delle occulte”. E ancora: “Poiché
dunque in ogni cosa ci trattate diversamente da ogni altro colpevole, cercando
di ottenere una sola cosa, di farci separare da questo nome, voi potete
comprendere come non sia in causa un delitto, ma un nome”. (Tertulliano,
Apologia del cristianesimo). Non questo forse l’inizio di ogni tipo di
razzismo? Trovare, non delle persone, ma un nome a cui dare la colpa senza
nemmeno conoscere di cosa si sta parlando.
Ma, sembrerà assurdo, il punto
più alto della trattazione non è questo. Tertulliano va oltre. Raggiunge il
picco quando tratta di religione perché se esiste davvero una verità che va
oltre il tempo storico determinato, Tertulliano qui dà un’ancata decisiva a
tutto l’Illuminismo francese e anche ad altri che si son divertiti nel dare dei
pazzi ai cristiani. Per tutta una scuola di pensiero, infatti, l’irrazionalità
della religione era ciò che faceva cadere d’un sol pezzo l’impianto
fideistico. Era la prova provata della friabilità del concetto religioso. Era
la più grande colpa che un uomo dotato di ratio potesse avere. Tertulliano
risponde semplicemente dando ragione a tutta questa scuola di pensiero. Ci si
aspetterebbe una guerra (con armi anche proibite) da parte di un apologeta
cristiano nei confronti di questi pensatori. Lui gli dà ragione e perde la
guerra in partenza. Quella colpa tanto cara agl’Illuministi è in realtà la più
grande peculiarità cristiana altrimenti un uomo non si potrebbe definire tale.
Una fede non si potrebbe definire tale se non è presente quell’irrazionalità
che i cristiani chiamano Dio. “Ciò che ci fa comprendere Dio è proprio il non
poterlo comprendere; così la potenza della sua grandezza lo rende palese ed
ascoso agli uomini. Ed è questa la maggior colpa di coloro che non lo vogliono
riconoscere: che non lo possono ignorare”. Il dato di fatto che noi non
sappiamo cosa ci sia al di là delle cose non può essere ignorato ed anche il
fatto che è incomprensibile è un dato di fatto. E’ proprio questa
incomprensibilità che ce lo fa comprendere perché se lo comprendessimo Dio
sarebbe simile ad un oggetto di conoscenza qualsiasi e noi potremmo conoscere
tutto. L’uomo è piccolo. Chi non vuole vivere con questa ovvietà è libero di
farlo, Tertulliano chiede solo di essere riconosciuto come tale.
Citazione di Tertulliano tratta da Ad Scapulam, II, 2.
“La religione di
un uomo non è di danno o di aiuto ad un altro. Ma non fa certo parte della
religione imporre la religione”.
sabato 7 febbraio 2015
Dal buon tesoro del cuore
Dal Vangelo secondo Luca, capitolo 12 — le cose
materiali non servono a niente, il regno di Dio è racchiuso nell’esercizio
delle tre grandi virtù cristiane di fede, speranza e carità: tutto si deve
perdere di quel che abbiamo quaggiù, rimane soltanto l’amore che abbiamo saputo dare al nostro prossimo e il dopo… è la
sapienza evangelica, la sapienza dei semplici —
13Uno della folla gli disse: “Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l'eredità”.14Ma egli rispose: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. 15E disse loro: “Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni”. 16Disse poi una parabola: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. 17Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? 18E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. 20Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? 21Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio”.
13Uno della folla gli disse: “Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l'eredità”.14Ma egli rispose: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. 15E disse loro: “Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni”. 16Disse poi una parabola: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. 17Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? 18E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. 19Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. 20Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? 21Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio”.
22Poi disse ai discepoli: “Per questo io vi
dico: Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per
il vostro corpo, come lo vestirete. 23La vita vale più del cibo e il corpo
più del vestito. 24Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno
ripostiglio né granaio, e Dio li nutre. Quanto più degli uccelli voi valete! 25Chi
di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? 26Se
dunque non avete potere neanche per la più piccola cosa, perché vi affannate
del resto? 27Guardate i gigli, come crescono: non filano, non tessono:
eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come
uno di loro. 28Se dunque Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e
domani si getta nel forno, quanto più voi, gente di poca fede? 29Non
cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia: 30di
tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo; ma il Padre vostro sa che ne
avete bisogno. 31Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi
saranno date in aggiunta.
32Non temere, piccolo gregge, perché al Padre
vostro è piaciuto di darvi il suo regno.33Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. 34Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore.
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