Sub tuum praesídium confúgimus,
sancta Dei Génetrix;

nostras deprecatiónes ne despícias in necessitátibus;
sed a perículis cunctis líbera nos semper,
Virgo gloriósa et benedícta.

sabato 22 giugno 2013

Poesia n°0473 dell'autore

Vespro di inconcepibile ardore

Vespro di inconcepibile ardore, nell’infinità del nostro ruolo non definito da alcun quadro delineato da matrice di quarzo rosa, è l’atrio iniziale di un percorso di pochi elementi architettonici, a dare al mondo quel connotato saliente di dominio, della vera nostalgia del futuro, la nostalgia del vero intervento del mio isolamento onnipotente e sconclusionato, di argilla che dal vasaio si turba sotto le mani dell’Artista, senza lasciare traccia del vuoto del mio pensiero, il vuoto della mia anima stolta e fallace, il mio ignobile egoismo di idiota imprudente: il suicidio è per i deboli, la vita e la sofferenza sono per i forti e per chi ha compreso l’imperativo del Sacrificio e del combattimento, le ragioni della debolezza.

lunedì 17 giugno 2013

Gesù è nell'Eucaristia Santissima

Primo comandamento: Il gravissimo peccato della comunione sacrilega ( di don Leonardo Maria Pompei )

Il senso del primo comandamento è l’affermazione chiara, netta e decisa dell’esistenza e dell’assoluta sovranità di Dio, che vuole e deve essere riconosciuto come unico e vero Dio, essere adorato come a Lui conviene, ricevere il culto ed i sacrifici che gli sono dovuti. L’esame sul primo comandamento dovrebbe essere condotto in materia molto seria e coscienziosa, perché i peccati contro di esso sono commessi da molti ma confessati da molto pochi. I principali peccati gravi contro il primo comandamento sono: uso sacrilego dei sacramenti (eucaristia e confessione); rifiuto di rendere a Dio l’adorazione, anche esterna, che gli è dovuta; rifiuto di rendere a Dio il doveroso ossequio della preghiera; ateismo; agnosticismo; incredulità e contestazione delle verità di fede, disperazione, odio di Dio, idolatria, pratiche occulte e superstizione. Analizzeremo ora nel dettaglio ciascuna di queste singole condotte gravemente peccaminose.

L’uso sacrilego dei sacramenti della penitenza e dell’eucaristia è purtroppo un fenomeno oggi diffusissimo. Volendo mutuare un’espressione del beato Antonio Rosmini, si tratta di una vera e propria piaga della Chiesa, che indebolisce enormemente il vigore dei suoi figli e, per contro, accresce il potere del Nemico dell’umana salvezza. Oggi, nelle nostre chiese, assistiamo a vere e proprie interminabili processioni di gente che si accosta alla santa comunione, in un clima che spesso indulge a un malinteso senso di gioia e di festa, nella più piena inconsapevolezza di ciò che si va a ricevere e, talora, con una leggerezza che lascia a dir poco sconcertati. Le nostre nonne ci raccontavano che, quando erano giovani, ben pochi osavano accostarsi alla santa comunione, pur essendo vastissima la percentuale di cattolici che regolarmente frequentavano la santa Messa domenicale (oltre l’80%). Questo non perché, come qualcuno tuttora insinua, si aveva un’idea di Dio terribile e inadeguata, ma perché era chiaro quanto veniva insegnato, in modo semplice e chiaro, dall’immortale catechismo di san Pio X, secondo cui per accostarsi alla santa comunione, oltre che aver osservato il digiuno eucaristico, occorre essere in grazia di Dio e pensare e considerare Chi è Colui che si va a ricevere. Oggi, purtroppo, abbiamo una frequenza regolare alla santa Messa domenicale che in Italia oscilla tra l’8 e il 15 (massimo 20%), una scarsissima frequentazione del sacramento della confessione e un vero e proprio “arrembaggio” all’altare quando si tratta di ricevere la comunione. Molte persone si accostano alla comunione ridendo e scherzando, qualcuno “porta a spasso” la sacra particola, che viene masticata e deglutita quasi come fosse una caramella e terminata la santa Messa si affretta a scappare fuori immediatamente, anche perché, purtroppo, qualora si volesse soffermare (come doveroso) nel ringraziamento a Gesù eucaristico, si imbatterebbe nella triste realtà di Chiese trasformate in una specie di foro, dove si chiacchiera, si ride e si scherza senza alcuna considerazione della sacralità del luogo, della presenza di Colui che abita nel Tabernacolo e della giusta esigenza di coloro che desiderano, nel silenzio e nel raccoglimento, ringraziarlo, adorarlo, lodarlo, benedirlo e supplicarlo. Sono parole crude e tristi, ma amaramente costatabili da chiunque si limiti semplicemente ad osservare. Ed è ancora più triste considerare che quasi nessuno si renda conto dell’enormità e della gravità di tali peccati.

Si pensi ancora al tristissimo e quanto mai diffuso fenomeno di fedeli che, in occasione di funerali di qualche persona cara, osano accostarsi alla santa comunione, pensando di fare cosa buona o addirittura doverosa per il defunto, quando magari si tratta di persone che non mettono piede in Chiesa da anni e sono lontane dal confessionale da più anni ancora. Non è senz’altro un caso che nel lontano 1916, in previsione dell’attuale stato di grave e continua profanazione del più grande e del più santo dei sacramenti, l’Angelo del Portogallo, apparendo in visione ai tre pastorelli di Fatima, li invitò a guardare un’Ostia consacrata di nostro Signore “orribilmente oltraggiato” nel santissimo sacramento ed a prostrarsi in atto di riparazione verso così grave crimine, che a detta di una schiera innumerevole di santi, è in assoluto il più grave dei peccati che si possa commettere, il meno perdonabile e quello che produce le peggiori conseguenze sia nella singola persona che nella Chiesa intera, dando un potere enorme al Nemico dell’umana salvezza, che riesce in questo modo a trasformare il sacramento che è “farmaco di immortalità” (per chi vi si accosta degnamente) in veleno mortale, come ci avverte con monito severo l’Apostolo delle genti, secondo cui chi si accosta indegnamente alla mensa del Signore mangia e beve la sua condanna (cf 1Cor 11,27-29).

Non minore è la trascuratezza dell’altra condizione per una comunione degna e fruttuosa, ovvero pensare e considerare Chi è Colui che si va a ricevere. Il raccoglimento orante, la rinnovazione del proprio pentimento con un atto di dolore, la cura di infervorare e accendere i desideri del cuore con qualche breve e fervente giaculatoria e comunione spirituale, unitamente ad una grande compostezza e dignità del portamento e dei gesti soprattutto nell’atto di ricevere nostro Signore, dovrebbero essere la norma in tutti i fedeli. Quello che invece ordinariamente accade nelle “processioni” per la comunione e nel modo di ricevere le Sacre Specie è sotto gli occhi di tutti. Ringraziamo il Pontefice emerito Benedetto XVI, per aver avuto il coraggio di rompere un muro di silenzio dinanzi ad “abusi al limite del sopportabile” e di aver inaugurato, con l’esempio e con la parola, un modo di accostarsi a nostro Signore che esprima l’adorazione che gli è dovuta e che ricordi a tutti che altro è ricevere un pezzo di pane, altro è ricevere Gesù Cristo nostro Dio vivo e vero, in Corpo, Sangue, Anima e Divinità. Esempio che appare condiviso e seguito dal suo successore e che si spera faccia sempre più breccia nel cuore di tutti i pastori.

La novità può distogliere dalla Verità

Lo sa Dio quanto vi amo ”, esclama san Paolo, a conclusione d’un pensiero di estrema difesa di Cristo. Mia cura, aveva detto, fu di sposarvi come vergine casta ad un uomo solo: ma temo che il serpente vi inganni, come ingannò Eva, e vi inganni con questi nuovi apostoli, che appena vengono tra voi e vi insegnano un vangelo diverso dal mio, siete pronti a seguirli. Cosa non ho fatto per voi! Ho sottratto ad altre chiese, mi sono fatto aiutare da loro, per non esservi di peso. “ Verità di Cristo è in me; questo vanto non sarà spezzato per me nelle contrade dell’Acaia ” ( 2 Cor 11,1-11 ). Non è la riconoscenza verso la sua persona che cerca l’Apostolo, ma solo la fedeltà dei credenti a Cristo, senza lasciarsi distogliere dalla fede e dal Vangelo per nessun vento di novità. Non c’è posto nel cristianesimo per l’utile egoistico, per mettersi in mostra, per la ricerca della gloria mondana. Vi insiste Gesù, a riguardo della preghiera. E aggiunge: neppure moltiplicate le parole come fanno i pagani, ma dite: “ Padre nostro, che sei nei cieli… ” ( Mt 6,7-15 ).

Temperanza è anche parsimonia ( tratto dall’Opera “ Piccole virtù ” di R. da Nove )

La parsimonia dice qualcosa di più del risparmio. La norma del risparmio è quella di non varcare, con le uscite, le entrate. La parsimonia fa di meglio. Essa aggiunge al risparmio il concetto dell’uso parco di tutti i beni, e quindi vi innesta l’idea della frugalità e della mortificazione. Qualunque sia il reddito disponibile, anche di milioni, essa pone alle spese una misura, imposta non dalla borsa ma dalla volontà. Dunque la parsimonia comprende il risparmio, e lo supera. Se questo ha uno scopo puramente economico, la parsimonia ha uno scopo morale; l’uno è un calcolo, l’altra una virtù. Sotto questo punto di vista la parsimonia è una livellatrice delle condizioni sociali. Mentre il risparmio è soltanto delle persone ricche od agiate, la parsimonia è di tutti, anche dei poveri. Per i ricchi è moderazione dell’uso, per i poveri moderazione del desiderio. Perché Cristo non parla dei poveri di fatto, ma dei poveri nello spirito. Di più la parsimonia modera lo stesso risparmio. Essa educa la persona parca a non accumulare troppo, e a largire in opere utili, o di carità, quella parte che, dopo un misurato risparmio, risulta superflua. Ed ecco che la parsimonia ti colloca nel giusto mezzo tra la prodigalità e l’avarizia, e ti fa entrare, a vele spiegate, nel mare azzurro e tranquillo della virtù cristiana.

domenica 16 giugno 2013

Fare del bene donando ai poveri

San Paolo insiste nei dettagli per la colletta: “ Ho parlato bene di voi ai Macedoni, fate dunque che venendo essi con noi non vi trovino impreparati ; la carità deve essere pronta, immediata. Ma ancora generosa e gioiosa: “ Ciascuno secondo che destinò nel suo cuore, non con rincrescimento né per forza, poiché ilare donatore ama il Signore ”; “ Chi semina scarsamente, scarsamente anche mieterà ”. Del resto Dio ci assicura che farà sovrabbondare la sua grazia e la sua benedizione su coloro che sanno donare ai poveri ( 2 Cor 9,6-11 ). Nel fratello è Dio che domanda; e poiché ogni bene ci è venuto da Dio, non è possibile negarlo a Lui quando ce lo richiede nella persona dei poveri. Gesù può allora aggiungere che quando facciamo l’elemosina non dobbiamo cercare di essere veduti dagli uomini, per lasciarne tutta la gioia a Dio, che vede nel segreto: “ Non sappia la tua sinistra quello che fa la tua destra, quando fai l’elemosina il padre tuo che vede nel segreto ti darà la ricompensa ” ( Mt 6,1-6; 16-18 ).

“ …Ha cominciato a fabbricare, ma non ha potuto finire… ”, “…partito per far guerra… manda i suoi ambasciatori a chiedere di far pace ” ( Lc. XIV, 25, 33 – da “ Costruttori e generali ” ).

Quando Cristo paragona la condizione per seguire Lui al denaro del costruttore e ai soldati del generale, dà alla parabola un’applicazione altamente degna di considerazione. Ci sarebbe anche da aspettarsi che per la totale dedizione a Cristo, fosse necessario possedere qualcosa come il costruttore o il generale. Ma Cristo applica la richiesta all’inverso: per seguire completamente Gesù, non solo non c’è bisogno di posseder qualcosa, ma occorre una rinunzia. E per giunta una rinunzia totale, piena. Cristo formula questa parabola contro coloro che offrono la loro dedizione nel primo spontaneo entusiasmo, nell’esaltazione giovanile, senza una meditazione matura e seria. Meglio non edificare, che restare a metà della costruzione. Meglio trattare in tempo col nemico, che capitolare poi con leggerezza. Dunque meglio non porsi al servizio esclusivo di Cristo che fare delle mezze cose, cioè un sacrificio a metà. Dedizione totale significa rompere i ponti dietro di sé. Il Regno di Dio non segue le leggi tipiche delle imprese di questo mondo. Per questo sono necessarie le forze naturali e i mezzi di sussistenza. Nel Regno di Dio occorre la rinuncia totale alle proprie cose, perché la forza di Dio possa svilupparsi interamente.

sabato 15 giugno 2013

L'amore del superamento

Non basta saper perdonare, bisogna amare con tutto sé stessi anche il prossimo, e tutti i fratelli, anche i nemici: “ Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, perché Egli fa sorgere il Sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Se infatti amate quelli che vi amano, qual premio meritate? Non fanno forse lo stesso i pubblicani e i pagani? Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste ” ( Mt 5,43-48 ). Non è cristiano chi non supera la dimensione umana degli antichi; colui nel quale non c’è volontà d’amore anche verso i nemici, è ancora pubblicano e pagano, non è ancora entrato nella vita nuova. San Paolo, parlando della colletta per i “ santi ” di Gerusalemme, esplicita un aspetto di questo amore, mettendo innanzi ai corinti due motivi: l’esempio dei cristiani di Macedonia che, pur essendo poveri e perseguitati, furono tanto generosi, e l’esempio di Gesù “ che per noi mendicò, essendo ricco, affinché voi per la sua povertà diventaste ricchi ” ( 2 Cor 8,1-9 ).

Piccola riflessione sui cristiani e il matrimonio; “ tratto dai Testi Conciliari, Cost. Gaudium et Spes ”.

I cristiani ben utilizzando il tempo presente e distinguendo le realtà permanenti dalle forme mutevoli, devono adoperarsi per sviluppare diligentemente i valori del matrimonio e della famiglia, sia con la testimonianza della propria vita, sia con una azione concorde con gli uomini di buona volontà: così, superando le difficoltà, provvederanno ai bisogni e agli interessi della famiglia, in accordo con i tempi nuovi. A questo fine saranno di grande aiuto il senso cristiano dei fedeli, la retta coscienza morale degli uomini, come pure la saggezza e la competenza di chi è versato nelle discipline sacre. Gli esperti nelle scienze, soprattutto biologiche, mediche, sociali e psicologiche possono dare un grande contributo al bene del matrimonio e della famiglia e alla pace delle coscienze, se, unendo i loro studi, cercheranno di chiarire sempre più a fondo le diverse condizioni che favoriscono una onesta regolazione della procreazione umana. Infine i coniugi stessi creati a immagine del Dio vivente e costituiti in un ordine autentico di persone, siano uniti da uguale affetto, dallo stesso modo di sentire, da una mutua santità, così che, seguendo Cristo principio di vita, nella gioia e nei sacrifici della loro vocazione, mediante il loro amore fedele, possano diventare testimoni di quel Mistero d’amore che il Signore ha rivelato al mondo con la sua morte e Risurrezione.